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“Dopo tanti anni che si parla di educazione siamo in una condizione in cui il mondo giovanile è privo di punti di orientamento. La domanda è: educare è possibile? Ci sono alcuni requisiti fondamentali per educare, se non ci sono, allora bisogna ammettere che è impossibile. Educare vuol dire insegnare a vivere. Oggi il mondo giovanile non sa vivere. Ci sono ragazzi intelligenti – spiega lo psichiatra – che non sanno affrontare le difficoltà affettive e di fronte a una sconfitta, a una frustrazione, compiono gesti tragici, come la cronaca spesso, purtroppo, mostra.” V. Andreoli

Suggestioni come questa  sono state alla base dei lavori  del XV convegno nazionale di pastorale giovanile, organizzato dal Servizio per la pastorale giovanile della Cei a Bologna dal 20 al 23 febbraio, dal meraviglioso titolo: “La cura e l’attesa”.  E da qui salgono alcune considerazioni: “il mondo giovanile è privo di punti di orientamento”.

Ma, di cosa si ha bisogno per orientarsi?

Sicuramente dei punti di riferimento, delle certezze solide intorno alle quali cercare e costruire la nostra libertà.

Elemento fondamentale per potersi orientare è la conoscenza e la possibilità di determinazione dei punti cardinali. Per stabilire tali punti cardinali si può ricorrere a disparati metodi, come l’utilizzo di una bussola (se ne possediamo una), oppure all’osservazione diretta del terreno ovvero a particolari di esso, o altri mezzi come l’osservazione del sole o delle stelle in riferimento al giorno o alla notte.

Dunque il come trovarli dipenderà dalle nostre condizioni di partenza, dai mezzi che abbiamo, dalle nostre abilità e dal contesto in cui ci troviamo. L’ importante è RICONOSCERLI perchè solo in riferimento a tali punti è possible individuare la direzione da percorrere per trovare la strada giusta,  per arrivare a destinazione o tornare a casa. Insomma per NON PERDERSI!

Ma se dovessimo trovarci in un luogo totalmente sconosciuto, privo di punti di rifermento e privi di strade da seguire? Cosi come è nella cartografia è nella nostra vita.
Viviamo in un tempo di postmodernità in cui l’uomo è posto in una condizione di libertà tale da poter decidere da se quali convinzioni abbracciare, quali scelte fare, quali credenze adempiere, e questo è un diritto esteso e fortunatamente difeso dai sistemi giuridici.

Questa agoniata libertà conquistata ha permesso di affrontare situazioni che, storicamente, hanno visto l’uomo vittima di soprusi ed ingiustizie sociali.

scelteMa, scrive C. Taylor: “Tale libertà moderna è stata conquistata quando ci emancipammo dai vecchi orizzonti morali. In passato gli uomini usavano vedersi come parte di un ordine più ampio. In alcuni casi si trattava di un ordine cosmico, di una Grande Catena dell’Essere […] Questo ordinamento gerarchico dell’universo si rifletteva nelle gerarchie della società umana. Gli uomini si trovavano spesso confinati in un dato luogo, in un ruolo e in una condizione che erano propriamente i loro, e dai quali era praticamente impensabile allontanarsi. La libertà moderna nacque dal discredito in cui questi ordinamenti. Ma nel mentre stesso che ci limitavano, questi ordinamenti davano un senso al mondo e alle attività della vita sociale. […] Il discredito di questi ordinamenti è stato chiamato “disincantamento del mondo“.

La conseguenza di questo processo di disincantamento del mondo è l’appiattimento della sfera d’azione: il limitarsi al raggiungimento di fini e di scopi singolari che, nella maggior parte dei casi, sono del tutto sganciati dal contesto etico, svincolati da qualsiasi dipendenza se non quella dettata dalla propria volontà.

Questa perdita di senso era legata a un restringimento. Gli uomini perdevano la visione più ampia perché si concentravano sulle loro vite individuali. In altre parole, il lato oscuro dell’individualismo è il suo incentrarsi sull’io, che ad un tempo appiattisce e restringe le nostre vite, ne impoverisce il significato, e le allontana dall’interesse per gli altri e la società.

Ed ecco il disagio: si ha la sensazione che la vita si sia appiattita e ristretta, e che ciò sia connesso a un assorbimento dell’individuo in se stesso. “Quegli uomini assortiti dai loro cuori hanno in realtà maturato una visione ristretta del proprio io, allontanandosi dagli altri e dalla società.”

È nella natura di questo specifico allargamento della libertà che gli uomini possano sprofondare più in basso, come pure sollevarsi più in alto. Nulla assicurerà mai un moto univoco e irreversibile dal basso verso l’alto. La natura di una società libera è tale ch’essa sarà sempre luogo di una lotta tra le forme più alte e quelle più basse di libertà. Non ci potrà essere vittoria di una forma rispetto al’altra, ma uno spostamento delle linea verso l’una o l’altra direzione, questo è possibile. È inevitabile partecipare ad una “lotta continua” tra la tentazione di chiudersi alla controproducente condanna della cultura dell’autenticità (che diventa narcisismo ed egocentrismo), o lo sforzo di guardare all’ideale che la anima, e attraverso il quale è possibile diventare ciò che si è. “Realizzare la mia natura significa sposare lo slancio, la voce o l’impulso interiore. Significa rendere manifesto ciò che era nascosto sia per me che per gli altri. Ma questa manifestazione contribuisce anche a definire che cosa si debba realizzare. […] Realizzando la mia natura, io devo definirla, ossia darle una formulazione – e definirla anche in senso più forte: ossia nel senso che, realizzando questa formulazione, io conferisco alla mia vita una forma definitiva”. (Taylor)

Tutti noi siamo chiamati a vivere all’altezza della nostra originalità ed autenticità; ma come si fa? É un processo di auto-definizione continuo del proprio io attraverso il confronto e lo scontro con dei riferimenti che ci DEFINISCONO: nel dialogo costante e proficuo con gli  altri, nella condivisione di quelle che si presentano davvero come “questioni importanti” sulle quali riflettere, poiché espressione di un orizzonte di valori tanto grande e di vasto respiro che permette di trascendere anche quella finitudine che per natura appartiene all’uomo. L’importanza di definire un obiettivo comune, consente di uscire dall’isolamento, dal’atomismo e dalla frammentarietà.

Bisogna intraprendere questa nuova lotta educativa verso la definizione del giusto utilizzo di questa libertà, che può elevare l’uomo al meraviglioso ed intimo significato al quale appartiene.

 
Bibliografia:
V.Maimone, La società incerta: liberalismo, individui e istituzione nell’era del pluralismo, Ed. Rubbettino, 2002
C.Taylor, Il disagio della modernità, Ed. Laterza, 2011
C.Taylor, Radici dell’io, Feltrinelli, Milano 1993
A.Rosati, Ri-pensare l’esistenza: i fondamenti pedagogici e didattici della storia,  Morlacchi, Perugia, 2008

 

 

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